Top Gun – Siamo fighi, siamo belli, siamo fotomodelli e lo diciamo all’Unione Sovietica
Ammetto a mia discolpa: ho visto Top Gun solo a metà, ed ho provato piacere a vederlo soltanto a metà, perché avrebbe dovuto durare la metà. Il pathos si centra tutto sul mostrare che gli Stati Uniti dell’epoca, si parla del 1986, quindi anche coetanei, hanno i muscoli, ed il messaggio è direzionato all’Unione Sovietica. Top Gun non è un film sull’aviazione, non è nemmeno un film di guerra.
È un catalogo di reclutamento patinato, con jet supersonici al posto delle parole e Ray-Ban Aviator come manifesto ideologico.

Siamo nel 1986, piena Guerra Fredda: l’URSS è il “non detto”, il nemico senza volto, quello che non serve nominare perché basta mostrare i muscoli. E quali muscoli: corpi perfetti, sorrisi perfetti, giacche di pelle perfette. Anche quando muoiono, muoiono bene, in controluce.
La struttura narrativa è un loop ossessivo: volo spettacolare, cazziatone dell’istruttore, sfida di ego, sguardo intenso, volo ancora più spettacolare ed il tutto è condito da una colonna sonora che non accompagna: comanda.
Maverick non cresce, non cambia, non impara: viene confermato. Perché Top Gun non racconta un percorso umano, ma ribadisce un dogma: gli americani sono i migliori, punto. La celebre scena della pallavolo? Non serve alla trama. Serve al messaggio: guardateci, anche sudati siamo superiori.
E sì: funziona, funziona talmente bene che ancora oggi viene difeso come “cult”, quando in realtà è uno dei casi di propaganda più sfacciati e riusciti della storia del cinema mainstream.
Il problema non è che sia propaganda, il problema è che non prova nemmeno a nasconderlo, per dimostrare che Top Gun è propaganda iniziatica e permanente, basta guardare fuori dal film.

La United States Navy collaborò attivamente alla realizzazione di Top Gun: mise a disposizione portaerei reali, fornì aerei operativi, concesse basi militari, affiancò il set con consulenti ufficiali, supervisionò ciò che poteva e non poteva essere mostrato
Ora, domanda retorica ma necessaria: una forza armata non investe risorse strategiche senza un ritorno.
Cosa ottenne in cambio?
Un’immagine eroica, pulita, desiderabile, tutti gli ingredienti al posto giusto per creare un mito.

E il risultato fu misurabile, non narrativo: dopo l’uscita del film, le richieste di arruolamento nella Marina USA aumentarono sensibilmente.
Non è suggestione.
È effetto diretto.
Questo dimostra che la propaganda in Top Gun non è un elemento collaterale, ma il rituale iniziatico che non termina mai: lo spettatore entra come civile, esce con un’immagine idealizzata del militare, e, nel caso di molti giovani americani, con il desiderio concreto di arruolarsi
Il film non racconta la Marina: la vende.
E la cosa più raffinata (e pericolosa) è che lo fa senza slogan, senza bandiere sventolate, senza nemici dichiarati. L’URSS non serve nemmeno nominarla: basta mostrare quanto siamo belli, fighi, invincibili.
Questo è il punto che molti fan rifiutano: Top Gun non è diventato propaganda dopo.
È nato come propaganda, ed è riuscito così bene da diventare invisibile. Top Gun funziona esattamente come il video-pitch di Barney Stinson: montaggio serrato, pose iconiche, slow motion strategico, musica che detta il ritmo emotivo, zero profondità ma massima memorabilità. È un reel ante litteram: Jet che decollano al tramonto, occhiali da sole come sacramento, sudore fotogenico, sguardi intensi senza reale contenuto
Come Barney, Maverick non deve convincerti razionalmente, deve solo farti dire: “Lo voglio anch’io.” ed è qui la vera genialità (fredda) del progetto: un film che si consuma come un videoclip MTV, non come un’opera narrativa; lo guardi, ti resta addosso la musica, le immagini, l’iconografia, ma se spegni l’audio e togli i jet, resta il vuoto. Per questo la trama è circolare, i personaggi sono funzioni estetiche ed il conflitto è decorativo; la morte stessa è stilizzata, il film non chiede attenzione critica, chiede adesione emotiva. Ed è per questo che in sala funziona e nella memoria pop resiste, ma a un’analisi seria collassa. Chi lo difende come “grande film” non lo ha mai guardato davvero. Chi lo difende come mito visivo, invece, ha ragione, ed è in tutto questo che il film stesso diventa propaganda riuscita.
Il tema del film, dunque, è ripetitivo: volo (con musica pompata, machismo e, “noi siamo fighi e lo sappiamo), cazziatone (finta tensione, ridacchiate da parte dei due bellocci al cazziatone dei superiori, solo minacce, nessuna conseguenza reale), ci provo con l’istruttrice bionda: ovvero scena romantico-sessuale e zero conflitto morale in quanto, insomma, ti stai bombando quella che deve valutarti, e via di loop infinito. Seguendo questo copione, il film avrebbe potuto durare dai cinque minuti alle settantadue ore, di fatti, nulla cambia.

In Top Gun l’istruttrice biondina non è un personaggio, è una funzione narrativa-premio.
All’inizio appare come dovrebbe, con tutte le caratteristiche di una ottima istruttrice-leader, lei è competente, autorevole, inserita in un contesto tecnico e professionale, anche se durante la scena del bar dove Maverick canta, non riesce a distinguere l’uniforme di un pilota. Dura due minuti netti di corso. Il tempo sufficiente a far capire allo spettatore che sì, tecnicamente è una figura di potere, ma solo per rendere più gustoso ciò che accadrà subito dopo. Qui avviene la trasformazione: da istruttrice a oggetto erotico-consolatorio. Non c’è vero conflitto etico. C’è un accenno, una micro-pausa narrativa, giusto per simulare che due neuroni si siano sfiorati e abbiano prodotto l’illusione di un problema morale. Ma è fumo. La questione “sto frequentando una persona che deve valutarmi” non genera crisi, non produce conseguenze, non altera i rapporti di potere, non comporta scelte difficili. Viene trattata come speziatura narrativa, non come nodo. Serve solo a dire: guardate, siamo adulti, ci abbiamo pensato — e subito dopo si va oltre, perché il film non può permettersi di rallentare il meccanismo mitologico. Lei diventa: ricompensa emotiva, conferma narcisistica e valvola di sfogo tra un volo e l’altro, non una persona che desidera, decide, rischia, ma un oggetto simbolico che certifica la riuscita del maschio protagonista.
E a ben pensarci, non è un vuoto di trama, tutto ciò è perfettamente coerente con il resto, ovvero, se il film è un videoclip lungo, se i personaggi sono pose, se l’autorità è scenografia, allora, anche la relazione non può che essere estetica, priva di peso morale.
In Top Gun tutto quello che potrebbe creare attrito viene smussato, neutralizzato, reso sexy, perché il messaggio non deve incrinarsi: l’eroe è desiderabile, sempre, anche quando non dovrebbe esserlo, ed è per questo che la figura dell’istruttrice non regge a nessuna rilettura moderna: non perché “figlia del suo tempo”, ma perché scritta deliberatamente come premio, non come soggetto.
Qui la propaganda non vola, striscia, ma lascia comunque il segno, il film non chiede attenzione critica, chiede adesione emotiva, ma collassa davanti un’analisi seria e impegnata.
Chi lo difende come “grande film” non lo ha mai guardato davvero.
Chi lo difende come mito visivo, invece, ha ragione.
Ed è proprio questo che lo rende, ancora una volta, propaganda riuscita.
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