Il Miglio Verde – Ovvero l’uomo che non si ricorda come correre

08/01/2026 Film

Guardando Il Miglio Verde mi sono ritrovato davanti a una trama senza senso.

Fin dall’infanzia la prima cosa che i genitori ti insegnano è camminare. Subito dopo, correre.
Ripensando a questi felici traguardi educativi, mi è venuto spontaneo chiedermi una cosa:
i genitori di John Coffey gli avevano mai comprato un girello?

Perché se tutto avesse funzionato come avrebbe dovuto funzionare, il film avrebbe avuto questa trama:
John arriva, la bambina muore, Coffey scappa.
Sipario.

Durata totale del film: 5 minuti.
Costo di produzione: 50 dollari.

E invece no. John rimane lì. Fermissimo. A piangere. Qualcuno lo sente, arriva, vede la scena, chiama la polizia. E si sa: in quegli anni, se sei un uomo di colore con due cadaveri in mano, come minimo fai la fine delle costolette di maiale a Pasqua.

Ed è da qui che parte Il miglio verde: non da una tragedia inevitabile, ma da un personaggio che non fa la cosa più elementare che un essere umano impara nella vita: andarsene. Istinto di autoconservazione: zero. Il film, dunque, si incentra sulla vita all’interno del Miglio Verde: il corridoio della morte, il luogo dove vengono stipati, anche per anni, individui di ogni risma in attesa della pena capitale. Una bolgia dantesca, appunto.

E chi troviamo nel cuore di questo inferno?
Un avvocato in camicia e cravatta che ha insabbiato omicidi? No.
Un banchiere che ha fatto fuori una vecchietta miliardaria mentre ritirava contanti allo sportello? No.

Troviamo John Coffey, ovviamente.

Il classico uomo nero, immenso, possente, costruito sullo stereotipo dell’epoca, ma con un “piccolo” dettaglio fuori posto: è rimasto innocente. Ed è rimasto bambino cresciuto male, molto, molto male.

Un difetto non da poco, in un mondo che funziona solo se sai difenderti, scappare, mentire o colpire per primo. Più che un complesso psicologico, quello di Coffey è un’intera orchestra sinfonica, sezione ottoni inclusa, che lo accompagna fino alla morte. Ed è proprio questa infantilizzazione forzata, unita a poteri soprannaturali da santino pop a renderlo il protagonista di una serie di eventi sempre più surreali, a metà strada tra il dramma carcerario e Supernatural, con la differenza che qui non c’è mai un vero dubbio, un vero conflitto, una vera scelta.

Solo attesa.
Dolore.
E un destino scritto perché il film ha bisogno che qualcuno resti fermo.

In Il miglio verde, John Coffey ha un tormentone, uno solo, una frase ripetuta fino alla nausea:

«Sono stanco, capo.»

Ed è tutto ciò che dice, il resto è silenzio, sguardi bassi, monosillabi, lacrime trattenute a favore di macchina.

Ora, sia chiaro: se sei stanco, lo capisco, ma se sei così stanco, esiste una soluzione molto semplice: ritirati a vita privata ricordati però di scappare, altrimenti fai sempre la fine delle costolette di maiale a Pasqua.

Quello che il film invece pretende è che questa stanchezza cosmica venga letta come profondità spirituale. Come se l’esaurimento emotivo fosse automaticamente santità. Il risultato? Una imitazione scadente di Gesù Cristo, senza la volontà, senza la scelta, senza il sacrificio consapevole.

Gesù sceglie la Croce.
Coffey ci finisce perché non si muove.

E no, non vale nemmeno la scusa dell’epoca: negli anni ’30 esistevano già psichiatri, psicologi, strutture per l’infermità mentale. Scienze acerbe, certo, ma non il nulla cosmico. Un uomo che parla a malapena, piange, assorbe il dolore del mondo e manifesta comportamenti infantili non sarebbe stato automaticamente mandato alla sedia elettrica per “volontà divina”.

Il film non vuole affrontare la malattia ne affrontare la responsabilità, niente fuga, la cura, il dopo. Preferisce santificare l’inerzia, trasformare la passività in virtù e lo spettatore, ancora una volta, viene invitato a commuoversi invece che a pensare. “Sono stanco, capo” non è una frase profonda, è una scorciatoia narrativa, e quando una storia vive di una sola frase, ripetuta come un mantra, non è spirituale:
è vuota.

Bzzz.
Bzzzz.
Bzzzz.

Un po’ di fumo.
Qualche spasmo.
Sipario.

Il miglio verde finisce così: con una scossa elettrica e qualche lacrimuccia delle guardie, uomini “buoni”, uomini “inermi”, uomini che sapevano benissimo che John Coffey era innocente.

Eppure non hanno fatto nulla.
E sottolineo: nulla.

Nessuna denuncia, nessun tentativo reale di fermare la macchina, seppur impossibile, seppur piccolo tentativo, resa incondizionata, nessuna scelta che comporti un rischio personale.
Solo sguardi bassi, voci rotte, e il solito alibi morale: “Il sistema è più grande di noi.”

Comodo.
Comodissimo.

Il film vuole che tu li assolva perché piangono, vuole che tu confonda il rimorso con il coraggio.
Sapere la verità e non fare niente non è bontà: è complicità passiva.

E così il cerchio si chiude:

un innocente che non scappa
dei “giusti” che non agiscono
un sistema che non viene mai davvero messo in discussione

Il male trionfa, ma con educazione, la coscienza si lava con una lacrima, ed in tutto questo lo spettatore viene congedato convinto di aver assistito a qualcosa di “profondo”, in realtà ha solo guardato una tragedia che poteva essere evitata, e che non lo è stata perché nessuno ha avuto il coraggio di muoversi.

Bzzz.
Fumo.
Fine.